La “Paura(e) del nero” invade Bologna

 Peur(s) du noir

nero

Zampe di ragni sulla pelle nuda… Rumori inspiegabili in una camera immersa nel buio…Una grande casa vuota in cui si avverte una presenza…Un enorme cane ringhiante…questi e molti altri momenti spaventosi, con i quali abbiamo avuto a che fare durante la vita, faranno da filo conduttore a questo viaggio verso la paura ideato da alcune delle più importanti “matite” internazionali – Christian Hincker, Charles Burns, Marie Caillou, Pierre di Sciullo, Richard Mc Guire, Lorenzo Mattotti – che, per dare corpo ai loro disegni, hanno attinto alle origini delle loro fobie interpretandole con uno stile personale sintonizzato al ritmo dei propri incubi.

I frammenti narrativi risaltano per un’estrema raffinatezza del disegno che, spogliato del colore, palesa la crudezza della luce e il nero pece delle ombre, negando spazio alla razionalità e facendo della paura del buio, in modo nudo e intenso, l’autentico motivo conduttore. Sono sei tasselli di stili grafici e di tecniche di animazione differenti (matita su carta, 3D e animazione digitale) ricomposti in un mosaico dall’abile supervisione artistica di Etienne Robial che pone a trait d’union un monologo femminile latore di riflessioni critiche sul mondo contemporaneo.

Il film, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma, sarà in prima nazionale a Bologna (sabato 8 marzo, ore 20, al cinema Lumière, in replica domenica 9 marzo, ore 22.15), durante la IIª edizione di BilBOlbul, Festival Internazionale di fumetto, e interverranno alla proiezione Lorenzo Mattotti e Jerry Kramsky. Accanto alla presentazione, in esclusiva per il Festival, sarà allestita anche una mostra ispirata al film, gli autori internazionali che hanno partecipato al progetto esporranno alla galleria Squadro una serie di serigrafie ispirate ai fotogrammi del film.

http://www.primalinea.com/pdn/index.html

Pubblicato in:  on 3 200829292008bWed, 27 Feb 2008 18:12:54 +0000UTC 2007 at 19:47 Commenti (1)
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“Dicono che ogni persona del pianeta è connessa ad altre attraverso una catena di sei persone”:

6 GRADI DI SEPARAZIONE E LA FICTION

Sei gradi di separazione (Six Degrees of Separation) è un’ipotesi sociologica secondo la quale qualunque persona può essere collegata a un’altra, attraverso una catena di conoscenze, con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato “Catene”.
Dopo numerosi studi e sperimentazioni che hanno tentato di avvalorarla, l’ipotesi è approdata nell’arte visiva contemporanea, tv e cinema. Dall’omonimo film del 1993 con Will Smith (Regia di Fred Schepisi con Donald Sutherland, Ian Mckellen, Heather Graham, cammeo di J.J. Abrams) - un ragazzo che irrompe nella vita di coppie altolocate in cerca di aiuto dopo un’aggressione subita a Central Park, asserendo inoltre di essere figlio di Sidney Poitier e compagno di studi dei loro figli – alla fiction televisiva che attinge a piene mani a ogni risvolto della teoria. In primis  “Sei gradi di separazione” (Six Degrees), serie tv prodotta da J.J. Abrams, che ritrae la vita di sei newyorkesi (3 uomini e 3 donne) che non si rendono conto, non conoscendosi (almeno all’inizio), di essere irrimediabilemnte legati tra loro e di influenzarsi indirettamente l’un l’altro (stroncata dall’audience basso), poi non è da scartare anche la citazione di Battlestar Galactica 2003 (stag 1, episodio 11) e un riferimento in The L World (in cui ogni personaggio è legato a un altro grazie a una “rete” di rapporti sentimentali/sessuali). Esempi eccellenti rimangono comunque due grandi campioni d’ascolto della fiction televisiva attuale: Lost (ancora J.J. Abrams), in cui i vari flash back palesano connessioni pre-crash dei diversi personaggi (es: Libby che regala la barca del defunto marito a Desmond, e che incontra Hurley nel centro di igiene mentale), e Heroes, nel quale i vuoti narrativi e gli interrogativi di certi protagonisti vengono colmati e trovano risposta nella story-line di altri (evito gli spoiler). Comunque, in entrambi, i personaggi sono legati da un’impercettibile filo conduttore che tesse inesorabilmente un arazzo che solo l’episodio finale della serie rivelerà nella sua interezza.

Pubblicato in:  on 3 200731312007bFri, 19 Oct 2007 15:45:32 +0000UTC 2007 at 19:47 Commenti (7)
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Elisabetta I: governando in un mondo fatto di uomini.

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Il 26 ottobre uscirà nelle sale il nuovo film del regista Shekar Kapur, “Elizabeth, the Golden Age”, che, a suo dire “non è un sequel ma la seconda parte della triologia incentrata su Elisabetta I Tudor”. 
Nel primo Elizabeth (1998), la regina (incoronata nel 1558) è solo una donna che eredita un paese lacerato da anni di conflitti religiosi e che deve destreggiarsi fra congiure interne, assassinii e le enormi ingerenze delle potenze europee. La regina si trova a governare in un mondo fatto di uomini, restii a essere governati dal gentil sesso, e su un trono vacillante e conteso al quale dovrà sacrificare la sua femminilità per diventare un’icona del potere santificato.
The Golden Age ritrae un paese ormai governato per trent’anni (1585) da Elisabetta I (Cate Blanchett), la regina continua a far fronte alla minaccia dei tradimenti familiari alimentati dalla sete di sangue per il suo trono, e a quella al di là della Manica delle potenze europee. Vera minaccia alla nazione inglese e alla sua regina è Filippo II di Spagna, che, erede della defunta moglie Maria Tudor (sorellastra di Elisabetta), ne reclama il trono e intende estirpare “l’eresia anglicana” per riportare l’Inghilterra alla gloria di Santa Romana Chiesa. Preparandosi alla guerra per difendere il suo Impero, Elisabetta (Cate Blanchett) si sforza di trovare un equilibrio tra i suoi doveri di regina e la sua inaspettata vulnerabilità nei confronti dell’avventuriero Sir Walter Raleigh (Clive Owen), da cui è fortemente attratta, ma al quale non può concedersi perché già sposata anima e corpo alla sua nazione.

Elizabeth – The Golden Age
Un film di Shekhar Kapur. Con Cate Blanchett, Clive Owen, Geoffrey Rush, Tom Hollander, Samantha Morton, Abbie Cornish, Adam Godley, Jordi Mollà. Genere Drammatico, colore – Produzione Gran Bretagna 2007.

http://www.elizabeththegoldenage.net/

Pubblicato in:  on 3 200731312007bSun, 07 Oct 2007 17:26:32 +0000UTC 2007 at 19:47 Commenti (2)
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Nefer, l’Egitto si tinge di rosa

Pacs e Pari opportunità per la donna approdata alle sponde torinesi del Nilo.

 “Ciò che esiste è l’eternità maschile e l’eternità femminile. La prima è il giorno, la seconda è la notte”. Questa citazione tratta dai testi dei sarcofagi esemplifica egregiamente quanto la donna dell’antico Egitto, nonostante i 4000 anni strascorsi nascosta fra le trame della storia, si presenti sorprendentemente moderna ed emancipata.
La location settecentesca di Palazzo Cavour, inaugurata il 6 aprile 2007 (chiuderà il 6 gennaio 2008), rispetto la tappa milanese, si è arricchita di pezzi inediti (fra cui spiccano una quindicina di sarcofagi datati tra il 900 e il 600 a.C.), restaurati proprio per l’occasione, provenienti dai depositi della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie di Torino. La mostra si dipana  in  un percorso espositivo di 800 metri quadrati, suddiviso in quindici stanze e articolato in 10 sezioni che, partendo dal principio divino femminile, “l’altra metà del cielo” (come suggerisce Matteo Metta sulle pagine del Sole 24 Ore), cattura l’attenzione e lo sguardo del visitatore verso le mirabilia dell’antica terra di Kemet .
Il corridoio iniziale, silenzioso e costellato di citazioni (tratte dal libro dei morti o da iscrizioni), quasi un percorso iniziatico, introduce in una sala colma di suggestioni sensoriali – i suoni e l’immagine proiettata su una parete -  incentrate sullo stillare dell’acqua, elemento primordiale nella cosmogonia egiziana, alla quale si contrappongono le fiamme che invadono la sala successiva; il tutto, “custodito” dalle immagini esposte delle divinità primordiali, per testimoniare l’armonia e l’equilibrio dell’ordine cosmico, di cui è garante e simbolo la dea Maat.
L’esposizione delinea così la figura di una donna di altissimo rango – regina, divina adoratrice – ed economicamente indipendente, che rivestiva un ruolo fondamentale nella società di allora, non inferiore a quella della controparte maschile, alla quale era unita more uxorio senza alcun rito ufficiale che ne sancisse la validità. Ma l’immagine pervenuta della donna è in parte falsata dal fatto che la maggior parte dei pezzi provengano da corredi funebri di questi ceti abbienti, nei quali per una donna era più facile essere colta e indipendente, escludendo dall’analisi i ceti più umili, come le donne del villaggio di Deir el-Medina da cui sono originari molti pezzi della mostra. 
Fra i più notevoli e rari è da annoverare la statuetta di legno dipinto della regina Ahmose Nefertari (Deir el-Medina, XIX dinastia,1292-1186, h. 43 cm, largh. 9 cm, prof. 24 cm, conservata al Museo Egizio di Torino), che testimonia il culto di cui questo personaggio reale (consorte di Ahmose, XVIII dinastia, 1540-1515 a.C.) fu oggetto insieme al figlio Amenhotep I (1515-1494 a.C.) presso le maestranze locali. La regina è ritratta, mentre incede con posa composta, con il braccio sinistro  piegato e il destro, tronco, steso lungo il fianco, con il copricapo a forma di avvoltoio, sacro alla dea Mut, e l’ureo sulla fronte (il cobra sacro emblema del potere supremo). L’abito e la lunga tunica sono tipici del Nuovo Regno e i capelli, scendendo in due larghe bande sul petto e incorniciando un volto rotondo, rientra nei canoni dell’arte ramesside (vedi foto a latere). Il colore nero del corpo evoca simbolicamente la ben augurante fertilità del limo nilota.
La mostra, nell’andare oltre le vicende individuali e cercando di restituire un efficace quadro d’insieme della vita femminile – reso dalla visione pubblica e sacrale di regina, dea e sacerdotessa, e da quella intima e quotidiana di madre, moglie e donna con il culto della bellezza, la nefer del titolo, testimoniata dalla raffinatezza delle vesti, dei trucchi e dei gioielli – trascura le poche personalità di spicco che la storia ci ha restituito: Hatshepsut (XVIII din., 1479-1457 a.C.), il faraone-donna, è rappresentata solo da una sfinge mal conservata; Nefertiti, moglie di Akhenaton (XVIII din., 1352-1336 a.C.), figura chiave nel “monoteismo” amarniano (caratterizzato da una raffigurazione pseudo-negroide, e soprattutto da una posizione precipua della donna), è assente; Nefertari, la sposa prediletta di Ramses II (XIX din., 1279-1213 a.C.), è presente solo nelle prime stanze in veste di dea Mut.
L’allestimento, pur riuscendo a valorizzare le opere esposte, manca di uniformità dell’apparato esplicativo, che a volte è troppo in basso, in ombra o incompleto. Si passa, infatti, dall’estrema accuratezza del polo torinese (dal quale provengono la maggior parte dei pezzi) a quello più povero di dati del Museo Egizio di Firenze (per citarne uno), evidentemente ancora fermo a un vecchio modello espositivo. Avvalendosi dell’assistenza scientifica del Museo Egizio torinese, o armati di un buon manuale di egittologia (N. Grimal, Storia dell’antico Egitto, Laterza, 1990; S. Donadoni, L’arte dell’antico Egitto, Tea, 1994) si poteva supplire alle mancanze più evidenti, facilitando la comprensione ai profani. I visitatori inoltre avevano anche l’handicap di un sito internet irraggiungibile e di e-mail ignorate, evidente cartina tornasole che questa mostra non è stata immune alla scarsa sensibilità al multimediale ancora serpeggiante fra chi si occupa di beni culturali.

Nefer. La donna nell’antico Egitto

Dove :Palazzo Cavour – TORINO
Quando: da venerdì 6 aprile 2007 a domenica 6 gennaio 2008
Orario: 9.30-22.30, sab. e dom. 9.30-20.30; dal 10 /07 al 9/09: 9.30-12.30 e 17.00-23.00. lun. chiuso
a cura della Fondazione DNArt:  tel. (+39) 011530690 – info@fondazionednart.it

Catalogo: Federico Motta Editore

Prezzo: intero 8,00 Euro – ridotto 6,00 Euro – scuole 4,00 Euro
Sito web www.palazzocavour.it

Pubblicato in:  on 3 200731312007bFri, 05 Oct 2007 16:26:03 +0000UTC 2007 at 19:47 Lascia un commento
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Il nodo di gordio

battaglia di isso 333 a.c.

“Si raccontava questo del carro (di Gordio): chi avesse sciolto il nodo del suo giogo avrebbe avuto il dominio dell’Asia. Il nodo era di corteccia di corniolo e non se ne vedeva l’inizio né la fine. Poiché Alessandro era in difficoltà nel scioglierlo [...], lo recise con un colpo di spada”.

Arriano, Anabasi, II, 3, 6-8, I-II sec. d.C.

Pubblicato in:  on 3 200731312007bWed, 03 Oct 2007 17:42:25 +0000UTC 2007 at 19:47 Commenti (1)
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