Pacs e Pari opportunità per la donna approdata alle sponde torinesi del Nilo.
“Ciò che esiste è l’eternità maschile e l’eternità femminile. La prima è il giorno, la seconda è la notte”. Questa citazione tratta dai testi dei sarcofagi esemplifica egregiamente quanto la donna dell’antico Egitto, nonostante i 4000 anni strascorsi nascosta fra le trame della storia, si presenti sorprendentemente moderna ed emancipata.
La location settecentesca di Palazzo Cavour, inaugurata il 6 aprile 2007 (chiuderà il 6 gennaio 2008), rispetto la tappa milanese, si è arricchita di pezzi inediti (fra cui spiccano una quindicina di sarcofagi datati tra il 900 e il 600 a.C.), restaurati proprio per l’occasione, provenienti dai depositi della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie di Torino. La mostra si dipana in un percorso espositivo di 800 metri quadrati, suddiviso in quindici stanze e articolato in 10 sezioni che, partendo dal principio divino femminile, “l’altra metà del cielo” (come suggerisce Matteo Metta sulle pagine del Sole 24 Ore), cattura l’attenzione e lo sguardo del visitatore verso le mirabilia dell’antica terra di Kemet .
Il corridoio iniziale, silenzioso e costellato di citazioni (tratte dal libro dei morti o da iscrizioni), quasi un percorso iniziatico, introduce in una sala colma di suggestioni sensoriali – i suoni e l’immagine proiettata su una parete - incentrate sullo stillare dell’acqua, elemento primordiale nella cosmogonia egiziana, alla quale si contrappongono le fiamme che invadono la sala successiva; il tutto, “custodito” dalle immagini esposte delle divinità primordiali, per testimoniare l’armonia e l’equilibrio dell’ordine cosmico, di cui è garante e simbolo la dea Maat.
L’esposizione delinea così la figura di una donna di altissimo rango – regina, divina adoratrice – ed economicamente indipendente, che rivestiva un ruolo fondamentale nella società di allora, non inferiore a quella della controparte maschile, alla quale era unita more uxorio senza alcun rito ufficiale che ne sancisse la validità. Ma l’immagine pervenuta della donna è in parte falsata dal fatto che la maggior parte dei pezzi provengano da corredi funebri di questi ceti abbienti, nei quali per una donna era più facile essere colta e indipendente, escludendo dall’analisi i ceti più umili, come le donne del villaggio di Deir el-Medina da cui sono originari molti pezzi della mostra.
Fra i più notevoli e rari è da annoverare la statuetta di legno dipinto della regina Ahmose Nefertari (Deir el-Medina, XIX dinastia,1292-1186,
h. 43 cm, largh. 9 cm, prof. 24 cm, conservata al Museo Egizio di Torino), che testimonia il culto di cui questo personaggio reale (consorte di Ahmose, XVIII dinastia, 1540-1515 a.C.) fu oggetto insieme al figlio Amenhotep I (1515-1494 a.C.) presso le maestranze locali. La regina è ritratta, mentre incede con posa composta, con il braccio sinistro piegato e il destro, tronco, steso lungo il fianco, con il copricapo a forma di avvoltoio, sacro alla dea Mut, e l’ureo sulla fronte (il cobra sacro emblema del potere supremo). L’abito e la lunga tunica sono tipici del Nuovo Regno e i capelli, scendendo in due larghe bande sul petto e incorniciando un volto rotondo, rientra nei canoni dell’arte ramesside (vedi foto a latere). Il colore nero del corpo evoca simbolicamente la ben augurante fertilità del limo nilota.
La mostra, nell’andare oltre le vicende individuali e cercando di restituire un efficace quadro d’insieme della vita femminile – reso dalla visione pubblica e sacrale di regina, dea e sacerdotessa, e da quella intima e quotidiana di madre, moglie e donna con il culto della bellezza, la nefer del titolo, testimoniata dalla raffinatezza delle vesti, dei trucchi e dei gioielli – trascura le poche personalità di spicco che la storia ci ha restituito: Hatshepsut (XVIII din., 1479-1457 a.C.), il faraone-donna, è rappresentata solo da una sfinge mal conservata; Nefertiti, moglie di Akhenaton (XVIII din., 1352-1336 a.C.), figura chiave nel “monoteismo” amarniano (caratterizzato da una raffigurazione pseudo-negroide, e soprattutto da una posizione precipua della donna), è assente; Nefertari, la sposa prediletta di Ramses II (XIX din., 1279-1213 a.C.), è presente solo nelle prime stanze in veste di dea Mut.
L’allestimento, pur riuscendo a valorizzare le opere esposte, manca di uniformità dell’apparato esplicativo, che a volte è troppo in basso, in ombra o incompleto. Si passa, infatti, dall’estrema accuratezza del polo torinese (dal quale provengono la maggior parte dei pezzi) a quello più povero di dati del Museo Egizio di Firenze (per citarne uno), evidentemente ancora fermo a un vecchio modello espositivo. Avvalendosi dell’assistenza scientifica del Museo Egizio torinese, o armati di un buon manuale di egittologia (N. Grimal, Storia dell’antico Egitto, Laterza, 1990; S. Donadoni, L’arte dell’antico Egitto, Tea, 1994) si poteva supplire alle mancanze più evidenti, facilitando la comprensione ai profani. I visitatori inoltre avevano anche l’handicap di un sito internet irraggiungibile e di e-mail ignorate, evidente cartina tornasole che questa mostra non è stata immune alla scarsa sensibilità al multimediale ancora serpeggiante fra chi si occupa di beni culturali.
Nefer. La donna nell’antico Egitto
Dove :Palazzo Cavour – TORINO
Quando: da venerdì 6 aprile 2007 a domenica 6 gennaio 2008
Orario: 9.30-22.30, sab. e dom. 9.30-20.30; dal 10 /07 al 9/09: 9.30-12.30 e 17.00-23.00. lun. chiuso
a cura della Fondazione DNArt: tel. (+39) 011530690 – info@fondazionednart.it
Catalogo: Federico Motta Editore
Prezzo: intero 8,00 Euro – ridotto 6,00 Euro – scuole 4,00 Euro
Sito web www.palazzocavour.it